Vanity Fair, numero 36, 2023.
Nell’ ultimo decennio l’interesse per il mondo del cibo è andato aumentando sempre più. Ne sono la prova le decine di trasmissioni televisive e radiofoniche a tema, libri, «soloni» che predicano la loro religione culinaria, la ricerca attenta, da parte di un pubblico anche giovane, dei migliori ristoranti, delle novità, delle curiosità, dei prodotti più esotici.
Senonché di pari passo in molti locali, indipendentemente dal livello (più sportivo, più etnico, più raffinato), non sempre – ma spesso – si propone e si impone anche una musica alta, talora altissima. Che sia una canzone di Battisti o un rapper, che si tratti di un sottofondo di Chopin (raro) o di una star come Lady Gaga poco importa: non si parla della qualità della musica che, in un modo o nell’altro, piace a tanti. In questa situazione la musica fa innalzare il tono della conversazione, contribuendo a un rumore che si fa sempre più assordante, cosicché il piatto viene consumato tra discorsi a metà e una non considerazione per la musica. «La musica a pranzo è un insulto sia al cuoco che al violinista» diceva G.K. Chesterton, prolifico scrittore inglese che si e a lungo occupato dell’influenza della musica sull’esperienza del cibo. Chissà se è ipotizzabile nel futuro una rivolta di chef e musicisti a tutela delle loro fatiche: ai posteri l’ardua sentenza.
Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile
Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed