Vanity Fair, numero 24/25, 2023.

La cucina, che negli ultimi anni è assurta a livelli eccelsi di notorietà, non presenta soltanto, proposti da grandi chef, piatti con nomi divertenti, come la Seppia rapita di Bottura o Il cioccolato si siede, con sorbetto di arance e mandorle amare di Leemann. Oggi appare sorpassata anche l’era dei ristoranti dai nomi familiari come Zia Maria o Da Giuseppe, a vantaggio di nomi che fanno incuriosire come il Polpo di fulmine (Pesaro-Urbino) o la Casa del demone a Torino, per gli amanti della bistecca al sangue (servita su tavoli a forma di bara).

A loro volta i menu propongono nomi ancora più complessi, che portano l’ingenuo cliente che non comprende a un incipiente complesso di inferiorità. E quello che può accadere davanti al Ricordo di un viaggio in Cappadocia di Beck, o al celebre Green egg, tra gli antipasti di Cracco che, si apprende, è un metodo di cottura a bassa temperatura giapponese. Il colmo, però, personalmente sperimentato, è uno «Xiphias gladius alla griglia con sammurigghiu». Dopo il processo di inquisizione al cameriere si rivela essere pesce spada con la sicilianissima salsa a base di olio evo, aglio, prezzemolo, origano, limone. Il ristorante come avventura gastronomica, letteraria e lessicale. E perché no? A qualcuno piace così,

Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile

Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed