Vanity Fair, numero 2, 2023.
Sulla scia dei poco commendevoli epiteti «testa di rapa» o «zucca vuota», compare anche il carciofo, squisita verdura che rallegra l’inverno con infinite possibilità culinarie. II termine carciofo, infatti, è sinonimo di «stupido» o «sciocco»; talora usato per indicare qualcuno di «mal vestito, goffo». Ma non finisce qui: l’ingiuria si allarga all’espressione «carciofaro» o «carciofara», per indicare una persona sgraziata se non «burina». In realtà di nobili origini, parente stretto del cardo selvatico, il carciofo era già noto ai Romani, mentre nella versione cardo è ancora oggi l’embiema della Scozia (thisde). Portati dagli Arabi, che li chiamavano kharshuf, in Sicilia, dove presero il nome di carcioffula, si diffusero con successo conquistando anche Caterina de’ Medici, la quale, andata sposa a Enrico Il di Francia, se li portò da Firenze e li fece coltivare a corte, dove nei banchetti reali non mancavano mai.
Sarà anche per questo che anche se tutte le regioni italiane li celebrano in mille modi, ancora oggi la Toscana vanta un primato nel prepararli. Ivi compresa la versione, povera ma squisita, chiamata «carciofara», dove si recuperano tutte le parti meno nobili del carciofo per farne un sugo saporito che accompagna qualsiasi pasta. La famiglia dei carciofi è ricchissima, ce ne sono con spine e senza (le mammole), di verdi e di violetti, di piccoli (le castraure) e di giganteschi (i Macau francesi), e le ricette che li propongono in molti Paesi sono le più diverse. L’Italia ne è la più grande produttrice e le interpretazioni sono numerose (l’Artusi li preparava in robuste «cotolette»); in Francia i «cuori» di carciofo si riempiono talora di pâté e profumo di tartufo; gli Usa non sono da meno con i carciofi di Castroville (Texas) e il relativo festival che, nel 1948, vide Artichoke Queen nientemeno che Marilyn Monroe.
Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile
Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed