Vanity Fair, numero 49, 2024.
Le occasioni di festa moltiplicano gli inviti a pranzi da accettare e, ovviamente, da ricambiare. È vero che molti si orientano ormai verso i ristoranti, pur di eliminare preoccupazioni su menù, servizio e quant’altro. Ma c’è ancora chi ricambia invitando a casa, dove desidera organizzare al meglio.
Nel 1825 Brillat-Savarin scriveva infatti che «invitare qualcuno a pranzo significa incaricarsi della sua felicità nelle ore che passa sotto il nostro tetto».
Ma attenzione, già Niccolò Tommaseo segnalava che nell’arte dell’ospitalità entrano in gioco cordialità e vanità. Dunque, certo c’è l’affetto di chi invita, ma a volte anche la vanità di chi esagera nell’offrire cibi e bevande, raggiungendo un’iperbole fatta di famoso champagne millesimato unito a cibi come aragoste, tartufi, ostriche, scampi, spesso non preparati dalla padrona di casa ma da un cuoco ingaggiato per l’occasione. Ovviamente, gli ospiti saranno deliziati da quel bendidio, ma c’è l’altro lato della medaglia: per ricambiare, forse si sentiranno imbarazzati, non vorranno rischiare una cucina casalinga e tarderanno per timore di sfigurare. Certo, le raffinatezze non vanno censurate, ma un pranzo equilibrato con un tocco di tradizione, anche casereccia, e il luccichio di un cibo «speciale» potrebbero rendere l’ospite felicemente sazio e a suo totale agio.
Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile
Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed