Vanity Fair, numero 17, 2023.
A fianco dei più noti termini culinari francesi, come souffle, brioche, bignè, c’è anche il picnic. Nato nei palazzi e nelle corti francesi del XVII secolo, quando nelle corti vigeva la più rigida etichetta, il desiderio di mangiare «in comodità» qualcosa di sfizioso e informale si tradusse nel pique-nique (da piquer, «spiluccare», e nique, «piccolo»). Fu «reclamizzato» poi dalla Rivoluzione francese nel resto d’Europa. Molti i quadri importanti dedicati: due per tutti, Le déjeuner sur l’herbe di Manet (1863), che fece scandalo per la nudità della fanciulla fra vestitissimi signori, e l’omonimo dipinto, più rassicurante, di Claude Monet, con l’immancabile coperta e il cesto di vimini ben attrezzato con tutto il necessario.
Oggi non possono mancare una borsa frigo e cibi informali, ma appetitosi: il tipico menu prevede frittatone con verdure (anche di pasta, alla napoletana), quiche o torte salate, uova sode, salumi, meloni e frutta varia, sandwiches, magari con mousse di tonno o salmone per i più raffinati, crackers e formaggi di ogni tipo, una bella crostata (perché non una sbrisolona o una caprese?). Complementi obbligatori: coltello e posate, cuscini, sacchetto per portarsi via i rifiuti e lasciare il luogo immacolato, senza dimenticare magari qualche comodo cuscino.
Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile
Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed