Vanity Fair, N.40, 2026. Il cammino è stato lungo, da migliaia di anni fino a oggi, quando è normale trovare decine di tipi di pane di forme le più varie in negozi specializzati, dove l’occhio spazia fra ammirazione e imbarazzo nella scelta. Tuttavia, come sempre non mancano critiche, lamentele banali, il pane non è più quello di una volta, troppi tipi (?!), si indurisce in fretta… Un’amica lettrice aperta alle innovazioni intelligenti, seccata da queste «sciocchezze», organizza una gran festa in campagna con molti amici, basata esclusivamente sul pane, anzi sui pani: sulle lunghe tavole ci sono decine dei più vari tipi, delle farine più diverse, dal frumento a quella di ceci (ideali per celiaci), di kamut, di riso. Non mancano neanche «stranieri» eccellenti come la baguette, l’indiano naan, il sempre ottimo cottage loaf che parla inglese. Ognuno è presentato con il suo nome e la sua storia e, accanto, tutti i possibili ghiotti accompagnamenti: burro e acciughe, prosciutti e salami, eccelsi paté, hummus di ceci e babaganoush, salmoni affumicati o marinati e tanto ancora, una gioia per gli occhi. Una gran festa, insomma, dove si scopre che molte sciocche critiche ci dicono che forse non si sa scegliere il pane giusto né per il cibo cui deve accompagnarsi né per il proprio palato.
Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile
Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed