Seduti o mangiati

Vanity Fair, numero 13, 2023.

Le immagini della Belle Epoque ci mostrano figure femminili languidamente sedute su eleganti canapé, di cui già il poeta Parisi scriveva “un tempo il canapé nido giocondo / fu di risi e di scherzi”. Oggi si dice più spesso divano o sofà, ma il termine canapé, così francese vanta un’origine antica, viene infatti dal latino tardo medievale canapeum, a sua volta dall’antico latino canopeum, cioè un tendaggio applicato su un letto per ripararlo dalle zanzare (in greco kanopes). Come però da un comodo divanetto si passi a una gastronomia golosa, non è facile spiegare, neanche con l’ausilio delle fonti classiche: vero è che esistono altri canapé, quelli che si mangiano e che ancora oggi pur insediati dai finger food, mietono successi, in special modo, nei party. Si tratta di piccole fette di pane private della crosta (a volta sono semplici gallette o barchette di pasta sfoglia) variamente guarnite con vivacissimi colori, verde, rosa, giallo, spesso con salmone, gamberi, avocado, ma anche uova, maionese, acciughe, paté, l’elenco è infinito e i plateaux sulle tavole delle feste sono sempre molto attraenti. La concorrenza con le tartine, cugine prime (i canapé sono un po’ più grandi), è inesistente, perché l’assalto agli uni e agli altri è analogo. Il successo? Le dimensioni di queste autentiche golosità sono ideali, e così come le ciliegie, l’una chiama l’altra.

Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed