Non ho parole

Vanity Fair, numero 7, 2024.

Una lettrice apre un discorso sui regali, che riceve in varie occasioni, feste comandate, compleanni, pranzi eccetera. Anzitutto, e comunque, bisogna ringraziare la buona sorte che fa avere amici generosi e doni, anche se talora superflui, come d’altronde è in parte la natura dei regali (nessuno ha veramente bisogno di un costume jewelry o di un vaso di porcellana, tanto per citare).

Ma il punto che mi viene sottoposto è però un altro, poiché nei regali la scelta passa da classici assoluti, sempre confortevoli, come sciarpe e foulard, a pezzi fantasiosi e improbabili, tra l’inutile, lo stupefacente e talora l’assurdo. La lettrice certe volte non sa che fare, non vuole mentire per un regalo che non capisce e non gradisce, ma non vuole ovviamente essere scortese. Bisognerebbe intanto definire se una menzogna a fin di bene per piccole cose sia un peccato o no.Tecnicamente un largo sorriso e un sonante grazie potrebbero bastare. Ma se il donante insiste e attende con ansia quaicosa di più, nella sua convinzione di aver scelto qualcosa di davvero originale, forse non rimane che una strada, una frase lapidaria: «Non ho parole!». Qui non c’è menzogna, ma al tempo stesso, potenza del doppio senso, c’è un’esclamazione di sorpresa e meraviglia, che certo lascerà felice e soddisfatto l’amico generoso, seppure dai gusti non allineati.

Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile

Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed