Non a caso bis-cotto

Vanity Fair, N.12, 2026. In una famosa caffetteria del centro l’amico con gusti d’antan trascura le ricche esposizioni di croissant e brioche, tortini, golosi krapfen e domanda tout court un cappuccino con un biscotto secco. L’araba fenice sarebbe stata più agevole da reperire. A disposizione, solo ricchi biscotti e biscottini, variamente guarniti, dalle forme suggestive. Preso dal raptus per un semplice biscotto «come li faceva mamma», l’amico entra nella più fornita pasticceria cittadina, dove compare di tutto: biscotti al limone, al mais, alla pasta di mandorle, con frutta secca, quinoa, spezie di ogni genere. Finalmente salta fuori un biscotto «digestivo» molto simile ai digestive inglesi (creati in Scozia verso metà Ottocento da due medici per agevolare la digestione). Certo, molto tempo è passato da quel primo biscoctus medievale («cotto due volte», per una durevole conservazione), ideale per viaggiatori e marinai. Sembra peraltro che il tutto fosse già noto agli antichi Romani, che portavano «biscotti» nelle campagne militari e nei lunghi viaggi. Il biscotto, semplice e secco, è un classico per accogliere burro e marmellata, senza doversi confrontare con fantasiose proposte. Troppo semplice? No, solo rassicurante e sempre buono.

Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile

Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed