Mi dia del lei

Vanity Fair, N. 26-27, 2025. Negli ultimi anni si è andato affermando a tutti i livelli l’uso del «tu» invece del più formale «lei». Signore agée vengono salutate nei negozi con amichevoli «buongiorno cara» e in tv giovani conduttori interpellano col tu illustri scienziati e maturi professori che, pur manifestando una leggera ombra di dubbio, si adeguano poi volentieri a questo approccio. Ma non tutti la pensano allo stesso modo. Su un mezzo pubblico superaffollato, dove molte persone inevitabilmente si spingono per salire e finire poi pigiati come sardine, forte e alta a un certo punto si sente la protesta di un passeggero che, urtato bruscamente, si rivolge al vicino: «Dai cretino, stai attento a dove metti i piedi!». Nessuno avrebbe prestato attenzione a siffatta lamentela, senonché l’interpellato risponde: «Come si permette di darmi del tu, non siamo andati a scuola insieme!», suscitando una generale ilarità. A parte che da tempo è stato depenalizzato il reato di ingiuria (art. 594 c.p.) e molti dubitano pure che parole come «cretino» o «imbecille» rappresentino oggi una vera grave offesa (ma si può sempre concretizzare l’ipotesi dell’illecito civile), il passeggero ha mostrato di superare il contenuto dispregiativo, lamentandosi solo del «tu». Come dire che l’attaccamento alla forma trova parecchi sostenitori, a partire da Oscar Wilde, che scriveva: «Si, la forma è tutto. E il segreto della vita».

Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile

Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed