Vanity Fair, numero 34/35, 2023.

Spesso i più diversi percorsi si incrociano nella storia, anche attraverso le parole. Chi direbbe, per esempio, che il termine «scafato», che oggi indica una persona smaliziata, ha a che fare con le fave? Sì, perché lo «scafo» in dialetto romanesco è il baccello delle fave, che deve a sua volta il nome addirittura alla scapha, termine latino che identifica una «piccola barca», proprio la forma del baccello. Ma mentre lo scafo nautico, per fortuna, non si mangia, lo «scafo romanesco» entra in parecchie preparazioni, come un buon pesto o anche una spadellata (dopo averlo privato del filamento esterno).

A tavola del resto tutto sembra facile, ma niente lo è. Per esempio, come servire i formaggi (mai freddi, ognuno con il suo giusto coltello, etc…), ma soprattutto come tagliarli? Problema che già si poneva nelle corti rinascimentali, tanto che se ne trova traccia nei libri, come nel bel Dialogo del trenciante di Cesare Evitascandalo (Roma, 1609), dove si danno precisi consigli, ivi compreso l’uso di «pigliare il cacio col tovagliolo» per «non imbrattare le mani con la scorza». A meno di non fare tout court come quel nobile che, avvezzo a servirsi sempre per primo, al piatto dei formaggi sollecitava il fedele Battista a «servir prima la signora Contessa», designata a mangiarsi la fetta più asciutta. Anche questa è storia.

Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile

Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed