Dai tramezzini del «Davy Byrnes» pub di Dublino al fegato impanato e fritto: la lunga giornata di Leopold Bloom, protagonista di «Ulisse» di cui il 2 febbraio si festeggiano i cento anni, non risparmia al lettore nemmeno parecchie escursioni gastronomiche e riflessioni culinarie.

Il 2 febbraio 1922 veniva pubblicato a Parigi in 1.000 esemplari un libro destinato a diventare uno dei pilastri della letteratura mondiale del xx secolo, l’Ulisse di James Joyce, lo scrittore drammaturgo nato in Irlanda, a Rathgar nel 1882. Il libro, definito non a caso il meno letto al mondo (H.G.Wells, il celebre autore de La guerra dei mondi si domandava: «Ma chi è questo Joyce, che chiede così tante ore delle poche migliaia che ancora ho da vivere per apprezzare meglio le stranezze, le fantasie e i lampi del suo scrivere?») è certamente fra i più in vista sugli scaffali delle biblioteche private, uno di quei libri che «bisogna» avere, come se il possesso generasse osmosi conoscitiva.

Era uscito negli anni precedenti a puntate, senza riuscire a trovare un editore prima che Joyce si imbattesse nella coraggiosa Sylvia Beach, giovane americana di Baltimora, che a Parigi aveva aperto una piccola intrepida libreria, la Shakespeare & Company. Appena pubblicato, poi, dovette superare anni di contrasti, specie negli Stati Uniti, dovuti a proteste di gruppi fortemente moralisti. La sua traduzione si rivelò particolarmente difficile, mentre scrittori celebri come Virginia Woolf o D H Lawrence non lesinarono commenti fortemente negativi allo scrittore (Hemingway però appoggiò sempre l’amico Joyce).

Il libro per fortuna continuò la sua strada per raggiungere le vette più alte e la lunga giornata di Leopold Bloom, il protagonista, novello Ulisse (il 16 giugno, diventato poi il «Bloomsday» con tanto di celebrazioni ovunque) non risparmia al lettore avventure, emozioni, incontri e sorprese, compresa qualche escursione e riflessione culinaria di vivo interesse.