Vanity Fair, N. 51, 2025. Di recente, in occasione dei consueti eventi prenatalizi, alcuni inviti indicavano al posto dell’abituale «apericena» un inaspettato «aperitivo dinatoire ». A parte i conoscitori della lingua di Molière, molti si sono chiesti in che cosa consistesse questo termine, pur comprendendone più o meno l’idea. In realtà si tratta di un aggettivo che con libera traduzione potremmo definire «cenaiolo» e viene dal verbo francese diner, cioè pasteggiare o cenare, che a sua volta discende dal latino popolare disjunare, letteralmente rompere il digiuno. Forse che con lo sciccoso aggettivo si pensa di sostituire elegantemente il più abituale «apericena»? Qualcuno immagina mini-delizie di crêpes, ostriche, escargot, foie gras? Nulla di tutto ciò. I bocconcini serviti erano e sono sempre della stessa grandezza (pardon, piccolezza) e composizione, peraltro ottima, di quelli dei nostrani apericena e anche in questo caso, direbbe qualcuno forse un po’ grossier, bisogna mangiarne dieci di fila per placare un po’ l’appetito. Esattamente il contrario di coloro che per timore di sporcarsi (bicchiere con bollicine in una mano, tartelletta nell’altra) rifiutano decisamente le piccole delicatezze. Tanto la trattoria fuori porta non è poi così lontana…
Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile
Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed