Vanity Fair, N.13, 2026. Buona regola del galateo è che nel rispetto della visuale a teatro i cappelli vadano tolti prima di sedersi al proprio posto. Senonché oggi, mentre questo civilissimo diktat è sempre rispettato (no cappelli), c’è spesso un malcapitato che si trova a sedere dietro a una signora o signorina con immensi ricci, gonfi capelli, mise molto attuale ma di scarsissimo se non nullo interesse per il suddetto signore. Che sia forse la mancanza di una semplice consonante, la «p» (da cappello a capello), che non garantisce alcuna visuale a chi pure ha pagato per averla? Certo che no, ma la questione è delicata. Cappello viene dal tardo latino cappellus, cioè una cappa con cappuccio, ovviamente un indumento esterno, amovibile. Capello viene invece da capillus, che a sua volta deriva da caput e cioè testa, in questo caso quella altrui, che non si può ovviamente né toccare né «organizzare». A meno che la signora o signorina in questione, dopo attenta e generosa riflessione, riservi la sua voluminosa acconciatura ad altri eventi mondani e si concentri su una linea più contenuta ma sempre di charme, magari con un adorabile chignon, come uno di quelli resi famosi da grandi dive quali Grace Kelly, Audrey Hepburn e da ultimo perfino Lady Gaga.

Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile

Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed