Vanity Fair, numero 11, 2025.
Non c’è gossip che tenga, neanche nelle riviste più mondane (e forse nemmeno sui social), in confronto a un salone di parrucchiere. In realtà, non tanto nelle metropoli, dove i saloni del centro sono affollati di donne in carriera, col minuto contato, quanto invece in quelli eleganti di piccole città ovvero di quartieri dove il tempo sembra essersi fermato agli anni Cinquanta, tanto celebrati da film, soprattutto americani, dove il salone di bellezza era un continuo bisbigliarsi di scandali, pettegolezzi su fidanzamenti, tradimenti, rovesci di fortune e via così. Il fatto di avere qualche minuto per sé, pur nel vortice di una vita frenetica, nella serenità di un tocco di pettine e di una manicure affettuosa, facilita una chiacchiera in confidenza e qualche sano «spetteguless».
Anche Jessica Fletcher, «La signora in giallo», non rifugge dal fare un salto al salone di Loretta se vuole un aggiornamento sui pettegolezzi del paese, utili fonti per le sue indagini. D’altronde, è lo stesso nome inglese del negozio a suggerire la destinazione: beauty parlor (talora anche parlour), dove parlor indica sia una saletta ma anche un parlatorio, già deputato per sé stesso alla chiacchiera e alla confidenza. Con moderazione, ma ci si può divertire.
Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile
Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed