Vanity Fair, N. 49, 2025 Le feste di Natale, ormai alle porte, inducono a pensare a qualche cosa da offrire alla famiglia, agli ospiti e agli amici possibilmente senza dover lasciare l’allegra compagnia, il brindisi e magari anche l’apertura dei regali, per correre a «spignattare» in cucina. Un’idea vincente è quella di aver pronto un piatto importante e nutriente, meglio ancora se di aspetto attrattivo, da portare subito in tavola per la gioia degli astanti. È a questo punto che appare ideale il «timballo»: un variegato ripieno, che può essere di tagliatelle e besciamelle, di rigatoni e ragù, di altra pasta condita nelle più diverse maniere, il tutto racchiuso in un involucro di frolla o brisée più o meno salata, di cui l’esempio eccelso rimane quello del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa (il timballo dei Monsù). Dove nel guscio di pasta frolla poco zuccherata è racchiuso ogni bendidio di rigatoni al sugo, fegatini, pisellini, ovette non nate e molto altro ancora. Il nome «timballo» viene dal francese tamballe, termine a sua volta di origini arabe che indicava uno strumento a percussione, una specie di tamburo. Se le grandi feste del passato si annunziavano spesso a suon di tamburo, il timballo (il «tamburo») può diventare addirittura il goloso interprete delle feste odierne.
Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile
Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed