Vanity Fair, numero 6, 2023.

Hai visto la «marisa»? Non è nel cassetto. Dov’è finita quella «bastardella»? Non si tratta, nel primo caso, di un’amica particolarmente elastica, bensì di uno strumento molto usato nelle cucine professionali ma anche in quelle casalinghe, ed è una sorta di spatola («leccapentole») che serve per recuperare dai tegami tutto quello che il cucchiaio, di forma concava, non riuscirebbe a fare, in special modo creme e impasti. Si dice che il nome derivi da tal Maryse Monpetit, pasticciera alla corte di Francesco I di Francia (XVI secolo). La «bastardella» (o bastarda), a sua volta, non è un’amica dalle origini poco chiare, ma un recipiente un tempo di rame o terracotta, oggi normalmente di metallo, munito di due manici, dalla forma semisferica con base non stabile (sembra che proprio da qui venga l’origine del nome, in quanto di forma non precisa), ideale per cuocere a bagnomaria creme o salse.

Le espressioni curiose in cucina non finiscono certo qui. Farsi passare una «leccarda», chiamata anche «ghiotta», induce a pensare a qualcuno che si sta gustando, in maniera scomposta, un sugo o un manicaretto: in realtà, un recipiente di metallo, di solito una teglia, destinato a raccogliere il grasso che cola dalle carni arrosto (o simili) che cuociono al forno o allo spiedo. L’origine del nome viene proprio dal verbo «leccare», caro ai ghiottoni, che si dedicano a «ripulire» fondi grassi e ricchi. Se invece qualcuno chiede di passare qualcosa «alla salamandra», strumento più professionale che casalingo, non si pensi all’animale amante del sole ma al calore che una piastra radiante emana per gratinare o tostare cibi. Quanto allo «spelucchino», non serve a ripulire le giacche dal pelo del gatto, ma è un piccolo coltello, con lama corta, dritta o curva, pensato per sbucciare e spellare, in particolare frutta e verdura.

Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile

Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed