Vanity Fair, numero 7, 2023.
Per la gioia dei buongustai, fin dall’antichità esiste una pianta profumata, che in italiano prende il nome di coriandolo, simile nell’aspetto al prezzemolo. Per taluni, il profumo che emana (Damasco è La città che profuma di coriandolo e di cannella, come il titolo del romanzo di Rafik Schami e Marie Fadel) è irresistibile, per altri si tratta di un forte olezzo che le è valso il nome di «erba cimicina». A maturazione, le sue bacche, simili a grani di pepe, costituiscono una spezia molto usata, nota fin dai tempi dei Faraoni. Se le foglie della pianta fresca sono ottime con il pesce, per zuppe o brodi esotici, per saporite polpettine ormai entrate con successo nella nostra quotidianità, i grani di coriandolo secco si prestano a molte altre preparazioni, in primis il curry indiano.
Pianta versatile, nei secoli è stata molto utilizzata: il «coriandro» era consigliato per usi medicali nell’Herbolario volgare (fine XV secolo), per curare l’apoplessia e migliorare il flusso del sangue. Nel tempo ha offerto anche spunti per banchetti e feste, e così i semi di coriandolo erano parte integrante dello «speziario» di Cristoforo di Messisbugo, cuoco alla corte estense. Nel corso del Cinquecento, inoltre, i semi si inzuccheravano ottenendone leggeri confetti che la gente lanciava durante il Carnevale. Il passo verso palline di gesso chiamate sempre coriandoli, fu breve. Ancora oggi, a Carnevale rimane l’uso di leggerissimi pezzetti di carta colorati che, secondo il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, furono ideati dal Cavalier Enrico Mangili da Crescenzago, che nella seconda metà dell’800 trasse «profitto dai dischetti che risultavano dalle carte forate per bachi». Genialità, versatilità, godimento nei secoli per una cucina profumata e saporita, tutto questo in una «semplice» piantina.
Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile
Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed