Vanity Fair, numero 28/29, 2023.
Nell’universo del vino e degli spumanti, i bicchieri completano il piacere di degustarli. I Romani, che avevano molta considerazione per il vino, più dolce e liquoroso di quelli attuali, li usavano in gran varietà anche secondo l’occasione, e così di terracotta piuttosto che di legno, di ceramica o vetro (il diatretum, una coppa elegante), talora d’oro o d’argento.
Oggi, a parte quelli di carta destinati a situazioni occasionali, i bicchieri sono di cristallo o di vetro leggero. Tante le forme dei calici che variano a seconda del vino prescelto, il mercato ne offre set completi. Ma vale sempre il monito del grande Luigi Veronelli: mai bicchieri colorati o decorati, si deve sempre vedere la purezza e la trasparenza del prezioso «nettare».
E per lo champagne? All’inizio c’erano le leggiadre coppe, che le storie vogliono ispirate al perfetto seno femminile, sul modello di quello della Pompadour o di Madame de Maintonon. Si trattava in realtà di champagne piuttosto dolce, quasi da dessert. Si deve a Louise Pommery nella seconda metà dell’Ottocento la creazione di un nuovo bicchiere alto e stretto, più adatto a far gustare il suo prodotto molto più secco e leggero dei precedenti: era nata la flûte, cioè flauto, del quale ricorda la forma. La storia del dopo è nota, la flûte relegò la coppa all’angolo per oltre un secolo. Negli ultimi anni però la frequente caduta dei bicchieri troppo alti e stretti nonché una certa tendenza a bere spumante e champagne «en piscine», cioè col ghiaccio (sic, e piace a molti), hanno incrinato l’impero assoluto della flûte talora in favore di un più ampio calice o di super pratici calici di lucente plastica. Si vedrà. Ma è certo che prima ancora di rispondere alla loro funzione, i bicchieri, magicamente trasparenti, illuminano la tavola con promesse di gusto e piacevolezza.
Paola Trifirò Siniramed @dizionarioirresistibile
Column “L’ospite felice” di Paola Trifirò Siniramed