
Un mondo di sublime artigianalità, sorprendentemente creativo, si apre in questa collezione che attraversa i continenti, le culture, le tradizioni e le unisce tutte d’incanto. Il linguaggio della tavola è universale.
This collection reveals a world of sublime craftsmanship, surprisingly creative, crossing continents, cultures, traditions and magically uniting them all. Table language is universal and has never been put into practice so well, even to extremes.
Ferruccio de Bortoli, Prefazione “Salt & Pepper Shakers” di Paola Trifirò Siniramed

Nascita di una collezione
Nell’agosto del 1978 a Edimburgo in occasione del Festival delle Arti, curiosando fra i negozietti di antiques mi imbattei in un singolare oggetto, totalmente all’insegna del kitsch. Era una vettura di ceramica colorata, che al posto di guida presentava le teste di due cagnetti, entrambi estraibili, con dei buchini nella parte superiore e due tappi di sughero nella parte inferiore. In breve, si trattava di un “salino” e “pepino” completati in questo caso da un bagagliaio usato come senapiera. Sotto il piano dell’auto la sorprendente scritta Occupied Japan. Il mistero si infittiva e, detto fatto, decisi di acquistarlo. Qualche tempo dopo, sempre curiosando qua e là, a Portobello, in quegli anni di gran moda, ma anche nelle brocantes in Francia e in Italia, piuttosto che a New York al mitico Chelsea Market (oggi chiuso), scoprii che quel primo ingenuo oggetto aveva insospettabilmente molti compagni. Dalle mie ricerche si aprì così un mondo nuovo e divertente.
Conoscevo, per averle viste nei musei più importanti, le splendide saliere del passato, autentici capolavori, come quella d’oro e di smalti, raffigurante Poseidone e la Terra, che Francesco I Re di Francia, commissionò nel 1540 a Benvenuto Cellini e che oggi si può ammirare a Vienna. Ero abituata alle belle tavole italiane, dove nei pranzi eleganti comparivano importanti saliere d’argento o di vermeil, piuttosto che di cristallo con tappi di smalto prezioso. Ma non avevo mai visto salini e pepini in forma di frullatori, di giocatori di baseball o di dinosauri. Scoprii così che dai primi decenni del ‘900 gli Americani, evidentemente seguaci del principio “perché mai una cosa utile e necessaria non può essere anche divertente?”, avevano cominciato a produrre saliere e pepiere (salt & pepper shakers) in forme divertenti, talora stupefacenti, inusuali per quella funzione. I materiali erano i più diversi, dalla bachelite alla ceramica, dalla porcellana allo stagno, al legno, al vetro e altri ancora.
Nascevano così, nel mito di Via col Vento, Aunt Jemima e Uncle Moses, dolci e sorridenti réclame dell’americana Quaker, celebre produttrice di fiocchi d’avena e di biscotti. Compaiono sulle tavole, come sale e pepe, gli strumenti di casa e di cucina dei felici Anni ’50 (“The Good Life“), dai frullatori alle padelle, dalla lavatrice e asciugatrice Westinghouse, ai cuochi della Louisiana o ai baffuti chef francesi, al tostapane, al ferro da stiro, alla macchina da cucire, al telefono a parete. Arrivano gli “States Shakers”, che ognuno dei 50 Stati americani presenta ai turisti come ricordo della visita: due pezzi in ceramica, uno in forma del territorio, l’altro del prodotto o del monumento che caratterizza il Paese. Ad esempio, quello dello Stato di Washington sul Pacifico, è simboleggiato da una bellissima mela, nella cui produzione questa regione eccelle. Sono disegnati da Parkcraft Co. (fondata nel 1949) e sono prodotti da Taneycomo Ceramics Factory (Hollister, Montana).
Ci sono anche i clowns, i cartoons, gli animali più diversi, le zucche e i fantasmi di Halloween, i treni e gli aerei e la lista è ancora lunghissima. La maggior parte di questi deliziosi oggetti nasce in realtà come advertising. Era l’ingenua pubblicità di una volta, oggetti da dare al posto di address o fiammiferi, in un ristorante o località balneare o per un evento (come il Trylon and Perisphere, simbolo della World Fair di New York del 1939). Diventano anche doni attrattivi, dentro a scatole di biscotti , di noccioline (come i celebri Mister Peanuts dell’omonima casa), di detersivi o di cibo per cani; sono oggetti utili alla famiglia e divertenti per i bambini, che spingono le mamme ad acquistarli. Tutti, ovviamente e rigorosamente, sono l’uno sale e l’altro pepe. Lo spargisale si riconosce perché di solito si presenta con un buchino e lo spargipepe con tre, ma possono anche essere due o tre per il sale e cinque per il pepe. Spesso gli stessi contenitori, oltre ai “buchini” regolamentari, portano su di sé le maiuscole ‘S’ e ‘P’. Più chiaro di così…
Negli USA si aprono factories di salt and pepper shakers in vari Stati, dal Tennessee allo Iowa al Wisconsin, solo per citare. Tra il ’40 e il ’70 la produzione è al top. Lavora molto la Regal China Corporation realizzando gli Snaggle-Hugs (deliziosi animaletti che si abbracciano, uno ovviamente saliera, l’altro pepiera) disegnati da Ruth Van Tellingen. Molto nota anche la produzione della manifattura Camark Pottery (Camden, Arkansas), attiva fra il 1926 e il 1966. Molti sono i pezzi che recano la dicitura Occupied Japan (ma si trovano anche solo Occupied o soltanto Japan), prodotti in Giappone fra il 1947 e il 1951, quando alla fine della guerra, il Paese venne occupato dalle Forze Alleate (USA, con l’appoggio britannico) sotto il comando del Generale MacArthur. Questa produzione è particolarmente accurata e raffinata e gli items hanno spesso sguardi orientaleggianti. La maggior parte dei salini e pepini è costituita da due pezzi, come cavallo e fantino, postino e buca delle lettere piuttosto che cagnetto e idrante (con un allusione non così velata…). Ma ci sono anche i nested (o nesters), dove un pezzo sta “annidato” sull’altro e così Elvis (salino) è seduto sulla sua limo azzurra (pepino). Non mancano gli hanging (o hangers, “gli appesi”), come la scimmietta (sale) che si dondola attaccata al ramo di un albero (pepe) o la ragazza che porta le due cappelliere, neanche a dirlo, una sale, l’altra pepe. Ci sono infine i noddings (tremblants, oscillanti), come i teschi che, posati su una base, si muovono separatamente e un po’ spettralmente avanti e indietro.
La Gran Bretagna, a sua volta, presenta spesso il condiment set, completo con la senapiera, come la divertente mucca in tre pezzi di produzione dell’antica Crown Devon Pottery. Negli anni la maggior consapevolezza alimentare suggerisce di non servirsi più che tanto dei tradizionali spargisale e spargipepe in quanto il prodotto contenuto potrebbe inumidirsi e perdere la propria freschezza. E fioriscono macinapepe e macinasale a mano o a batteria. Tuttavia il fascino di questi salini e pepini “animati” non diminuisce mai, tant’è che vengono prodotti via via in Irlanda, Germania, Olanda, Francia, e ancora in Portogallo, Danimarca, Italia e Spagna. Ultima arrivata, ma prima come produttrice, c’è ora anche la Cina.
La collezione oggi supera i 2.000 pezzi e comprende oltre ai “classici” americani e inglesi anche quelli più recenti, a volte semplici e un po’ ingenui, tra cui la sorridente coppia di Arabi dell’Oman sul cammello, e pezzi di design, come i bei sassi bianchi dell’italiana Alessi, o le creazioni di giovani artisti, spesso offerte nei gift shop dei più importanti musei del mondo. In realtà, quando sul mercato incominciarono ad apparire, negli ultimi vent’anni, numerosi salt & pepper shakers “nuovi”, per la maggior parte di produzione cinese, forse meno raffinati nell’esecuzione dei classici degli anni anni dal ’30 al ’60, ho avuto un attimo di indecisione sul tenerli separati o mescolare l’allegra compagnia. La risposta però è stata immediata: ogni oggetto ha il suo tempo e così salini e pepini continuano a presentarsi sempre più diversi e curiosi, indipendentemente dall’epoca di produzione, compiendo perfettamente la loro funzione e la loro “missione” di invito al sorriso e allo stupore.
Paola Trifirò Siniramed
Libro “Salt & Pepper Shakers”
In occasione di Expo 2015 una parte significativa della collezione è stata ospitata in mostra alla Triennale di Milano e raccontata nel libro “Salt & Pepper Shakers” (Ita/Eng) di Paola Trifirò Siniramed con la prefazione di Ferruccio de Bortoli. La mostra, come il libro, ha celebrato la grande fantasia, l’originalità e la vis ludica dell’uomo, che per fortuna continua ad accompagnarlo.
